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Salita al Calvario

La maiolica rinascimentale italiana è stata sicuramente uno dei settori più significativi dell’arte applicata del suo tempo. Inizialmente ispirata a decori desunti dal mondo orientale, è approdata all’inizio del XVI secolo alla produzione di piatti, coppe, fiasche ed albarelli in uno stile prettamente peninsulare, quello “istoriato”, consistente nel decorare i vari oggetti con “istorie”, desunte da soggetti biblici o, soprattutto spinti dall’Umanesimo (movimento culturale volto alla riscoperta dell’antichità classica), dai miti e da episodi della storia greca e romana. Il termine maiolica deriva probabilmente da Maiorca, isola di imbarco della ceramica lustrata ispano-moresca destinata all’esportazione, e serve ad indicare manufatti ceramici rivestiti da smalto stannifero. Prodotti inizialmente nelle manifatture faentine, gli istoriati conobbero il massimo sviluppo nei centri ceramici marchigiani, soprattutto a Casteldurante (poi Urbania), Pesaro ed Urbino, grazie anche al mecenatismo dei Montefeltro e dei Della Rovere.
Il piatto che ci occupa è da attribuirsi a quest’ultimo centro, mostra tesa larga appena obliqua, ampio cavetto, orlo arrotondato e piede ad anello. L’intera superfice del fronte è dipinta con la rappresentazione della salita al Calvario: Cristo, pressoché al centro della scena, è crollato sotto il peso della Croce e cerca di rialzarsi puntellandosi con entrambe le mani su di un masso mentre attorno a lui uomini con elmi e corazze di foggia romana lo incitano e minacciano con verghe e bastoni, in particolare uno di spalle ed un altro, che regge con la sinistra una catena che cinge Gesù alla vita, alza il braccio destro armato di un nodoso randello. Dietro ai militi, all’uscita dalla porta delle mura, una folla di donne e soldati segue il percorso del condannato. Il centro del cavetto è composto da alti edifici in muratura rappresentanti la città di Gerusalemme mentre a sinistra il paesaggio è caratterizzato da un gruppo di alberi. Il suolo alterna tratti erbosi ad altri con il terreno scoperto disseminato da vari ciottoli; in alto, lo sfondo del piatto, è dominato da un bel cielo azzurro. Il verso del manufatto è smaltato di bianco e mostra due strisce circoncentriche in giallo sull’orlo ed una dello stesso colore attorno al piede. La tavolozza dei colori spazia dal giallo al giallo-arancio della veste di Gesù, delle piume sui cimieri dei due soldati romani, della casacca di una delle donne del corteo e di un milite volto frontalmente, al blu tenue di cobalto del cielo al verde ramina del bosco e del terreno erboso ed al manganese per il suolo senza erba.
I caratteri estetici mostrati dal nostro piatto lo riportano nell’ambito dell’attività della bottega dei Fontana, famiglia originaria di Casteldurante (poi Urbania) ed attiva in Urbino nel XVI secolo da quando Guido Durantino vi si trasferì, assumendo il cognome Fontana. Guido fu il capo bottega, coadiuvato dai figli Nicola, Camillo ed Orazio, sicuramente il più bravo dei tre, che dipinse e siglò piatti nella manifattura paterna sin dal 1541 e che nel 1565 si mise in proprio. Grazie anche alla protezione del Duca Guidobaldo II della Rovere ottenne importanti commissioni (manufatti eseguiti nella sua bottega si datano sino al 1570), lavorò anche a Torino, Firenze e Venezia e morì nel 1576.
La scena è ispirata con tutta probabilità al Calvario dipinto dall’urbinate Raffaello Sanzio, attualmente conservato al Prado a Madrid, mediata dalla stampa di Marcantonio Raimondi non pedissequamente riprodotta ma con varianti, come d’uso fra i pittori di maioliche; l’autore del nostro piatto, ad esempio, si sofferma in particolare sull’edificio che circonda la scena e sulla strada aperta di fronte al corteo.
Taluni elementi caratteristici della pittura quali: visi piccoli, quelli femminili con labbra sorridenti, ombre realizzate con sottili tratti, volti, dettagli delle vesti e delle armature lumeggiati in bianco di stagno, realizzazione dei particolari della vegetazione e nella resa del legno della croce, oltre a ricondurre il manufatto nell’ambito della produzione dei Fontana, potrebbero farne riconoscere l’autore in Antonio Patanazzi, attivo nella bottega dello zio Guido Durantino poi Fontana divenuto poi a sua volta l’esponente maggiore della bottega dei Patanazzi, ultima dei maiolicari urbinati, che protrasse la propria attività oltre la fine del XVI secolo. Altri indizi circa la paternità di Antonio Patanazzi per il nostro piatto possono derivare dalle tangenze stilistiche (figura del soldato con lorica lunga segnata anatomicamente, le teste piccole con gli elmi a visiera, i piedi piccoli ed appuntiti delle figure) riscontrabili fra l’opera illustrata ed il bacile con la vittoria di Abramo conservato presso l’Herzog Anton Ulrich-Museum di Braunschweig, dato allo stesso maiolicaro.

Salita al calvario
Urbino
Bottega dei Fontana
Sec. XVI, metà
Maiolica
Ø 31,2 cm; h. 4,5 cm; piede Ø 21,4 cm