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Cristo nel sepolcro

L’opera, parte centrale di un piatto di maggiori dimensioni, mostra al recto il momento in cui il Redentore, tolto dalla croce, viene posto nel sarcofago. Cristo è al centro della scena, raffigurato fino alla cintola, dal torace possente, il capo lievemente reclinato verso sinistra; lo sorreggono dolcemente sostenendolo per le braccia robuste San Giovanni Evangelista e Giuseppe d’Arimatea. Alle spalle del Redentore figurano la Vergine, aureolata, con il velo in testa e soggolo e l’Apostolo prediletto; vicino a lui è collocato Nicodemo, con in mano i chiodi ed il martello, mentre Giuseppe d’Arimatea è posto a fianco di Maria.
Tutti i personaggi sono descritti con notevole cura: Cristo mostra capelli lunghi, bipartiti sulla fronte, occhi chiusi, naso diritto, bocca piccola circondata da baffi e barba; lumetti bianchi scolpiscono il corpo robusto, evidenziando i muscoli pettorali ed addominali scoperti fino al perizoma giallo; il volto della Madonna è arricchito dai soliti tocchi di bianco, col velo azzurrino dalle belle pieghe risvoltate e dal manto verdino con forti increspature sottolineate in nero. Al suo fianco, un giovanissimo Giovanni dai biondi capelli ricciuti, la veste verdina su cui è posto un manto azzurro con pieghe sottolineate in azzurrino ed allacciato sulla spalla destra. Vicino all’Evangelista figura Nicodemo, dalla folta capigliatura, il naso dritto, barba e baffi, espressione compunta. Indossa una veste marrone chiaro che mostra pieghe rigonfie e parallele su lumetti bianchi ed un manto verde. All’estrema destra è posto Giuseppe d’Arimatea, piegato verso la Vergine, con barba e capelli grigi, abbigliato alla stregua di Nicodemo.
Lo sfondo blu scuro, diviso in due dall’incombente montante del sacro legno, lo smalto berettino del sarcofago e la decorazione della tesa superstite, riportano l’opera in ambito faentino; lo smalto berettino, la tavolozza dei colori usati e la resa dei volti trovano tangenze con talune opere del Maestro della coppa Bergantini, datate nel lasso di tempo intercorrente tra il 1524 ed il 1550 (la coppa che lo indica reca la data 1529), per cui riteniamo che il nostro maiolicaro abbia operato nell’ambito di tale maestro. Sul verso del nostro manufatto, già in collezione Henri Blay (1861-1920), appaiono fiori stilizzati in blu (o lettera “V”?) su smalto berettino ed etichette di vecchie raccolte.
L’iconografia dell’elaborato, rotto in due parti e riattaccate, è probabilmente ispirata da un’incisione di Marcantonio Raimondi (S. Martino in Argine 1479 – Bologna 1534), tratta da Francesco Francia (Zola Predosa 1447/49 – Bologna 1517) orafo, medaglista e pittore di cui il Raimondi fu il migliore allievo.

Cristo nel sepolcro
Faenza
Sec. XVI, prima metà
Ceramica a gran fuoco
Ø 16,5 cm ca