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Cristo in trono e benedicente

In frontale austerità e seduto in cattedra, il Cristo è raffigurato in atto benedicente, con il libro sacro aperto appoggiato sulla gamba sinistra. La figura ben salda presenta una modellazione sintetica, con belle cedevolezze nel panneggio che si frange e si intorcina attraverso una complicazione sia delle linee che dei piani, secondo ritmi falcati ed eleganti. I caratteri mostrati dall’opera (in ottimo stato di conservazione) avvalorano l’ipotesi che la stessa possa rientrare nell’ambito della scultura senese all’aprirsi della seconda metà del XIV secolo e dipendere, dal solo punto di vista iconografico, dal Redentore della Pieve di San Lorenzo alle Serre di Rapolano, attribuito a Giovanni d’Agostino, unitamente a quello conservato nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena e ad un altro in collezione Salini (l’opera cronologicamente più antica). Pur non rientrando nell’autografia di tale scultore, il nostro Cristo può riferirsi all’attività della maggiore bottega di scultura e architettura della Siena trecentesca, facente capo ad Agostino di Giovanni (documentato dal 1310 e morto fra il 1346 ed il 1347) ed ai suoi due figli: Giovanni d’Agostino (notizie dal 1331, morto nel 1348) e Domenico d’Agostino (documentato dal 1343 e morto nel 1370). Mentre le personalità e l’opera dei primi due sono state ricostruite, per l’ultimo non è stato ancora possibile riunire con sicurezza un corpus di opere. Di lui si sa che era iscritto fra i maestri di pietra nel libro delle arti nel 1363 e che rimase capomastro del Duomo di Siena per vent’anni. Bartolini, studioso d’arte che si è interessato a più riprese di Domenico gli riferì alcuni rilievi di Profeti sugli archi del Duomo Nuovo di Siena, già dati al fratello, il San Giovanni Battista e il San Pietro della Cattedrale di Montepulciano ed il San Giovanni Battista del Fastigio della collegiata omonima di Chianciano; da ultimo è stato proposto l’ambito culturale di Domenico per un Battista passato all’asta Cambi il 7 novembre 2016, lotto 1408 che mostra non poche tangenze con la nostra scultura. Va detto che se davvero vanno riportate nell’ambito di Domenico d’Agostino, in queste due opere, complici le ridotte dimensioni, lo scultore sembra stemperare gli aspetti espressionistici a favore di una maggiore eleganza.
Il pregevole rilievo che ci occupa è comunque un importante nuovo tassello che serve ad aumentare la conoscenza della produzione scultorea senese negli anni seguiti alla terribile peste che colpì nel 1348 Siena ed i territori limitrofi e della notorietà acquisita da Domenico dopo la morte del fratello nella formazione del panorama artistico locale.
L’opera è corredata dalla scheda critica di Fabio Massaccesi.

Cristo in trono e benedicente
Domenico d’Agostino (attr.)
Documentato a Siena dal 1343 al 1370
Marmo
47 x 19 x 14,5 cm